
Tante tele per fare case
di Massimiliano Schiozzi
Cominciò con una telefonata, o forse con un incontro per strada, non si sa con precisione. Quello che si sa è che nel giro di poche ore dal terremoto, Franco Orlando, Mascherini, Devetta, Pisani e Troianis avevano già un’idea. Non un piano, non un progetto: un’idea. Mettere all’asta i quadri. Trasformare quello che sapevano fare — dipingere, scolpire, collezionare, guardare — in qualcosa di concreto e immediato. Denaro per il Friuli.
Bastò coinvolgere Chino Alessi, direttore del «Piccolo» e presidente del Circolo della Stampa, e il seme divenne albero in poche ore. La rete si attivò da sola: artisti, gallerie, collezionisti, sindacati. Non ci fu bisogno di convincere nessuno. Le opere arrivarono a decine, poi a centinaia. Trecento in tutto, alla fine: donate, offerte, rimesse in vendita da chi le aveva appena comprate.

La prima asta si tenne al Circolo della Stampa. Chino Alessi al banco dei banditori, affiancato dallo scultore Marcello Mascherini e dal pittore Edoardo Devetta. Fulvia Costantinides presentava le opere. La sala era piena — amatori, collezionisti, cittadini comuni mossi dal desiderio di fare qualcosa, di unire il gesto solidale al piacere dell’arte. In quasi tre ore di “vivace mercato” — così «Il Piccolo» — furono venduti un terzo delle opere disponibili. Il ricavato della prima serata: sei milioni e mezzo di lire.
Prima ancora che la sala si svuotasse, il voto era unanime: si replica domani.

La seconda serata portò al CCA — il Circolo della Cultura e delle Arti in via San Carlo — altri quattro milioni e mezzo. Il banditore era ora Stelio Crise, con Mascherini e Devetta ancora presenti. Tra le opere che passarono sotto il martello quella sera ce n’era una che aveva fatto scalpore: un quadro del pittore friulano Giuseppe Zigaina, donato dallo stesso artista, aveva raggiunto 950.000 lire in un’unica offerta. Il pubblico applaudì.
C’erano episodi che il rendiconto finanziario non poteva contenere. Qualcuno aveva acquistato un’opera alla prima asta e l’aveva rimessa in vendita alla seconda, restituendo quello che aveva appena ottenuto. Quando Bomben e Bressanutti lo seppero, donarono immediatamente un’altra opera propria, come se quella generosità altrui li avesse privati di qualcosa e volessero compensare. Non erano gesti isolati: erano il tono di quelle serate.
Alla terza asta il nucleo si allargò ulteriormente. Nuovi apporti vennero da fuori: disegni e incisioni di Filippo De Pisis, Zoran Mušič, Mirko. E Trieste continuava a dare, con opere di Vito Timmel, Predonzani e altri ancora. Una xilografia rarissima firmata da Virgilio Giotti. Una “prova d’artista” di Montale, il Nobel, come annotò il «Piccolo» con evidente soddisfazione, si era fatto apprezzare anche nelle arti del disegno. E un cimelio bibliografico che aveva dell’incredibile: la prima edizione di Chamber Music di Joyce, con dedica autografa al fratello, datata Trieste 1907.
La quarta e ultima serata fu la più commossa. A un certo punto il banditore Stelio Crise si fermò. Dalla sala era arrivata una richiesta: raccogliere i soldi per riportare a casa la salma di una ragazza gemonese, morta a Trieste per le ferite del crollo. Il padre aveva bisogno di 250.000 lire. Bastò un appello. La sala rimase in silenzio per un momento, poi le offerte arrivarono tutte insieme, in pochi minuti.
«Il Piccolo» il giorno dopo titolò: La bella favola dell’asta d’arte. Raccolti in totale 19.531.000 lire.
“Favola” era la parola giusta, scrisse il giornale, ma con una precisione: il filo conduttore non era stato lo stupore della favola. Era stata la commozione. Il sentimento di solidarietà umana manifestato attraverso episodi toccanti, opere rimesse all’asta da chi le aveva appena acquistate, artisti di fama che avevano donato sapendo che l’asta benefica non avrebbe potuto ripagare quella generosità, una città che si era raccolta quattro volte in pochi giorni attorno a un cavalletto illuminato dai fari.
Praticamente nessun artista triestino era mancato all’appello. Non era scontato. Era il risultato di un ecosistema che funzionava: luoghi, reti, pratiche già pronte, che in un momento di crisi si erano attivate senza esitazione. Il Circolo della Stampa, il Circolo della Cultura e delle Arti, il sindacato autonomo degli artisti, il giornale. Non istituzioni lente: infrastrutture vive, capaci di rispondere in ore invece che in settimane.
Trieste non era solo solidale. Era una città che sapeva trasformare le relazioni culturali in azione concreta. Con tempi rapidissimi, partecipazione diffusa, e la consapevolezza — non detta, ma visibile in ogni serata — che l’arte non è solo estetica. È anche questo: un modo di stare insieme quando le cose crollano.
Le aste continuarono. Nei giorni successivi i banditori si spostarono a Monfalcone. Le opere erano ancora tante, la voglia di partecipare non si era esaurita.
Diciannovemilioni cinquecentotrentunomila lire. Una cifra. E dietro, quattro serate, quasi trecento opere, una città intera.
Trieste, 14 maggio 2026
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Fonti:
«Il Piccolo», 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20 maggio 1976


