
Omaggio a Marko Sosič
Il 9 luglio 2026 Cizerouno ricorda Marko Sosič (1958-2021), scrittore e regista, al Teatro Stabile Sloveno di Trieste che diresse per due mandati. Un incontro a più voci per una delle figure più significative della letteratura slovena contemporanea e del teatro di frontiera triestino e regionale.
Chi era Marko Sosič
Nato a Trieste nel 1958, Marko Sosič si laurea in regia cinematografica e teatrale all’Accademia per l’arte teatrale e cinematografica dell’Università di Zagabria. Lavora come regista in diversi teatri sloveni e italiani, prima di assumere la direzione artistica del Teatro Nazionale Sloveno di Nova Gorica e, per due mandati, dal 1999 al 2003 e dal 2005 al 2009, del Teatro Stabile Sloveno di Trieste.
Accanto alla regia, coltiva una scrittura che attraversa più forme: drammaturgo con testi come Trst, mesto v vojni, narratore con Balerina, balerina (1997) e Tito, amor mijo (2012, Comunicarte). Sono le pagine dei suoi diari di scena, scritte a ogni nuovo allestimento tra il 2002 e il 2007, a restituire il lato meno pubblico di questo doppio mestiere: l’orgoglio per le coproduzioni tra teatri di minoranza, la fatica di difendere un’istituzione fragile, la ricerca ostinata di un linguaggio capace di reggere la memoria della violenza. Muore nel 2021.
Un teatro aperto: la parola introduttiva del 2000
Quando nel 2000 il Teatro Stabile Sloveno apre per la prima volta un turno di abbonamento sottotitolato in italiano, è Sosič, da direttore, a firmare le righe che accolgono il nuovo pubblico. Un gesto insieme pratico e politico, che restituisce bene il suo modo di intendere la frontiera: non come confine da difendere, ma come soglia da attraversare:
«Per la prima volta, nella sua lunga storia, il Teatro Stabile Sloveno ha deciso di aprire le proprie porte anche agli spettatori di lingua italiana […] Orgogliosi di questa decisione, saremmo felici se i moltissimi amanti dell’arte teatrale di questa città volessero apprezzare il nostro gesto e sentissero il desiderio di conoscere da vicino la particolare poetica che caratterizza il Teatro Stabile Sloveno».
E aggiunge, con la lucidità di chi non si illude: «Tuttavia dobbiamo essere realisti […] È un primo passo che speriamo dia un ulteriore contributo alla crescita culturale di questa città».
I diari di scena
Per quasi un decennio, a ogni nuovo allestimento, Sosič affida a un diario il lato meno visibile del mestiere di dirigere un teatro di minoranza: le prove, le tournée, ma anche la fatica quotidiana di tenere in vita un’istituzione fragile in un contesto che non sempre ne riconosce il valore.
Nel diario di La principessa sul pisello (2002/2003), racconta la tournée a Nitra, in Slovacchia, e l’orgoglio per una coproduzione tra teatri di minoranza:
«Sono orgoglioso di questa coproduzione, nata tra molti teatri di minoranza […] Gli spettatori alla rappresentazione del festival, circa seicento persone, si sono alzati in piedi e hanno applaudito. Non è poco, tanto per quell’attimo quanto per un ricordo più duraturo».
Nello stesso diario torna un’immagine che accompagnerà Sosič anche altrove nella sua opera, il fiume Nadiža, il nome sloveno del Natisone:
«Ricordo il fiume Natisone e il suo colore turchese. Credo che presto lo rivedrò e lo raccoglierò tra le mie braccia, come prima di fare l’amore».
Ma qualche riga dopo il diario racconta anche le tensioni con le istituzioni cittadine, il timore per i fondi, il peso di rappresentare da solo un’intera comunità davanti al Comune e alla Provincia — e insieme la determinazione a resistere:
«Resisterò, per quanto posso, perché le cose non cambino. Ne ho abbastanza di tutto».
Nel diario di Il mio Carso (2005/2006), la politica entra in casa senza bussare:
«La politica irrompe senza pudore alla porta di casa. La politica è una signora con cui non ho mai saputo passeggiare, con cui non dividerò mai la panchina nel parco né lo spazio dentro di me, che ora è pieno solo di rabbia».
Il diario più esteso, quello di Spopad s pomladjo / Un primavera difficile (2006/2007, dal romanzo di Boris Pahor), racconta l’ingresso in un mondo che non gli appartiene e che affronta con un metodo quasi rituale — storico, sociologo, critico letterario, medico chiamati a raccolta prima delle prove — e si chiude su un’immagine onirica, violenta, che dice più di ogni dichiarazione d’intenti sul peso di mettere in scena la memoria della violenza:
«So che non posso e non devo intraprendere la via di una semplice rappresentazione del romanzo, bensì quella di una confessione intima […] Cerco immagini di dolore, di ricordo, di amore; cerco immagini che riescano ad essere anche mie».
Nel diario di Porcile, 2006/2007), la stanchezza si fa più esplicita, ma anche qui, accanto alla fatica, resta un’immagine di gratitudine: il pubblico, seicento persone, in piedi ad applaudire un teatro che si ostina a esistere.
Le voci di carta: da Trst, mesto v vojni (Trieste, città in guerra)
Accanto alla regia, Sosič è anche voce drammaturgica. Da Trst, mesto v vojni (Trieste, città in guerra) arrivano due monologhi che la serata del 9 luglio riporterà in scena. Il primo è quello di Irina, una donna che si è fatta triestina per amore, attraversata dalle due guerre del Novecento e dalla perdita della propria lingua:
«Jaz nisem tržačanka, mi no son triestina, / saj veš, a sem postala taka, triestina […] ljubi moj in naš jezik je bil poteptan, / naša kultura poteptana… / ampak zdaj pojdi, pojdi, in se vrni».
Il secondo monologo, quello del Secondo uomo, è forse il più duro di tutto il materiale raccolto per la serata: un soldato, in un bosco di betulle, sceglie di non guardare gli uomini impiccati intorno a sé ma i cavalli feriti a terra, prima di un gesto estremo, in un finale che nega ogni consolazione religiosa:
«Trenutek pred tem pa so se oblaki za hip / razcefrali in odkrili košček neba, / ki je bilo sinje, sinje, kakor morje, / kakor morje, brez angelov in brez Boga».
«Un attimo prima le nuvole si son sgretolate / scoprendo un frammento di cielo, / celeste, celeste, come il mare, / come il mare, senza angeli e senza dio».
Tito, amor mijo: il romanzo del confine
Nel romanzo Tito, amor mijo (Comunicarte, traduzione di Darja Betocchi), Sosič porta lo stesso sguardo di frontiera dentro la voce di un bambino, in un paese sloveno alle porte di Trieste, alla fine degli anni Sessanta. Un titolo — non a caso — sospeso tra due lingue, dall’aletta:
«È un film questo libro. Ed è una poesia. Ed è un percorso di iniziazione di un adolescente alla periferia di Trieste, alla periferia dell’Italia, su un confine ancora fresco e non ancora rimarginato. […] Ambientato in un nord che ha i colori e il calore del Mediterraneo, tra l’azzurro del cielo e del mare e il giallo dei girasoli, il romanzo scorre veloce […] Di Dio, infatti, non c’è traccia in questa storia — una religiosità tutta terrena, quella del protagonista, che affida i suoi desideri e le sue paure all’angelo di porcellana tenuto insieme da un pezzo di nastro adesivo».
Il cuore del romanzo è forse la scena onirica in cui il bambino, davanti a una carta geografica appesa in classe, deve mostrare alla maestra — una maestra morta, che gli parla da dietro le spalle — dove si trova la Slovenia, la sua patria. Il dito che cerca il confine si sporca, si pulisce, affonda nella carta fino a scoprire Trieste, i bunker, la gente che fugge dalle bombe:
«Mostra la Slovenia!», sento che dice la voce della maestra, e so che è una voce morta. Stendo la mano, stendo un dito della mano e poso la punta del dito sulla carta geografica, dove è disegnata la Slovenia. Tutt’a un tratto non la vedo più, perché è nascosta sotto il mio dito».
Il sogno prosegue nel fiume Nadiža — quel Natisone dalle acque turchesi, Marko vuole riabbracciare in uno dei suoi diari — dove il bambino ritrova Alina, e il terrore di soffocarla sotto il proprio dito, ancora premuto sulla carta, si scioglie in un risveglio consolatorio: la madre, china sul letto, e l’angioletto di porcellana con la testa di nuovo penzoloni sul collo.
Non è un caso che sia proprio questo passaggio ad aver attraversato i confini del romanzo: lo stesso estratto è stato scelto per il numero doppio di «Lo straniero» dell’agosto 2016, nella sezione Paese che vai curata da Cristina Battocletti e Goffredo Fofi e dedicata alle regioni di confine del nord Italia: un riconoscimento critico che conferma quanto quella scena, il dito sulla carta geografica, sia il punto in cui il libro condensa tutto il resto.
L’omaggio del 9 luglio
Giovedì 9 luglio 2026, nell’ambito della tredicesima edizione di Varcare la frontiera, Interferenze, il festival gli dedica un omaggio proprio in quel teatro. Un incontro a più voci, con la partecipazione di Darja Betocchi, Poljanka Dolhar e Valentina Repini, e le letture di Nikla Petruška Panizon, per ricordare un percorso che ha attraversato scrittura, regia e direzione artistica senza mai perdere di vista la pluralità linguistica del Friuli Venezia Giulia come proprio orizzonte naturale.
È lo stesso orizzonte in cui Cizerouno riconosce da anni il senso del proprio lavoro: la convinzione che la cultura di frontiera non sia un limite, ma una risorsa.
Ingresso libero, visti i posti limitati prenotazione obbligatoria a eventi@cizerouno.it. Il programma completo è sulla pagina dedicata di Varcare la Frontiera.
