
La guerra non dichiarata per Trieste
Nell’estate del 1946 Trieste è teatro di una guerra non dichiarata: si combatte a tremila metri di quota, sulla rotta Vienna-Udine, mentre a Parigi si discute il suo destino.
di Massimiliano Schiozzi

A Parigi, nell’estate del 1946, i delegati delle grandi potenze si riunivano ogni mattina intorno a un tavolo per decidere il futuro dell’Europa. Dopo settimane di discussioni sul destino di Trieste e del confine orientale italiano, il senatore americano Tom Connally aveva preso la parola:
«Non si deve creare uno Stato fittizio, ma uno Stato reale con la propria identità, il proprio carattere, la propria indipendenza e la propria dignità». Poi aveva alzato la voce quasi fino a gridare, scandendo le parole: «La pace è in pericolo qui, proprio alla nostra soglia, proprio davanti a questo tavolo. Non dobbiamo accordarci su una seconda Danzica: il Territorio libero di Trieste deve essere libero: libero dalla Jugoslavia, libero dall’Italia, libero dagli intrighi e dalle cospirazioni. Facciamo di Trieste un simbolo di pace e di sicurezza nel mondo».
Nello stesso agosto, a tremila metri di quota sulla rotta Vienna-Udine, la guerra non dichiarata per Trieste produceva i suoi morti.
9 agosto, nei pressi di Lubiana
Era un C-47 in servizio regolare tra i comandi alleati. Rotta ordinaria, volo di routine. Sopra Klagenfurt il cielo si era chiuso e il pilota aveva perso i punti di riferimento. Quando li ritrovò, due caccia jugoslavi gli erano già alle spalle.
Gli spararono diverse raffiche. L’aereo fu costretto a un atterraggio di fortuna senza carrello, in un campo a dodici chilometri da Lubiana. Un passeggero rimase ferito gravemente. Gli altri — sette americani, un avvocato ungherese di Budapest, un funzionario dell’UNRRA in Italia, un ufficiale turco — vennero trattenuti dalle autorità jugoslave. Per quattordici giorni non fu permesso loro alcun contatto con il Consolato americano.
Durante quei quattordici giorni, funzionari jugoslavi si presentarono ai passeggeri con una richiesta precisa: togliere dalle loro dichiarazioni ogni riferimento al cattivo tempo incontrato. Aggiungere invece qualcosa sulle soddisfacenti cure ricevute.
I passeggeri si rifiutarono.
19 agosto, sopra Bled
Dieci giorni dopo, un secondo C-47 sulla stessa rotta scomparve. L’ultimo messaggio trasmesso: proiettili traccianti gli fischiavano intorno. L’aereo era apparso sopra Bled, la stazione climatica estiva slovena dove in quel momento si trovava il Maresciallo Tito in persona. I caccia jugoslavi lo costrinsero ad atterrare. Durante la manovra l’aereo si incendiò e andò distrutto. Tutti e quattro i membri dell’equipaggio perirono.
Nei giorni seguenti circolò la voce che due uomini si fossero lanciati col paracadute. I contadini dei villaggi vicini riferirono di aver visto scendere delle figure. L’ambasciatore americano Patterson partì con due ufficiali jugoslavi: due ore di automobile e quattro a piedi sui monti a nordovest di Bled, per trovare una collina selvosa con i rottami fracassati e bruciati. Nel sagrato della chiesa del villaggio di Koprivnik erano sepolti i resti. I “paracadutisti” erano bidoni di benzina avvolti in lenzuola, gettati fuori dall’aereo nel tentativo disperato di alleggerirlo.
20 agosto, prima pagina
Il «Giornale Alleato» di Trieste pubblicò la notizia undici giorni dopo i fatti. Titolo: Aereo americano abbattuto il 9 agosto dagli jugoslavi. La stessa sera: un secondo aereo disperso sulla stessa rotta.
Il Segretario di Stato Patterson definì l’attacco «malvagio, inescusabile e deliberato ai danni di un aereo di una nazione amica». Washington inviò una nota a Belgrado con ultimatum a 48 ore: rilascio immediato del personale, dichiarazione sulle “cortesie d’uso” per aerei in difficoltà atmosferica. In caso contrario: Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La rotta Vienna-Udine fu chiusa. Tutti i voli militari americani dalla Germania meridionale e dall’Austria verso l’Italia furono sospesi. Le vie aeree passarono più a occidente, per il Brennero. La Pan American modificò la rotta Vienna-Istanbul. Le linee americane persero i privilegi di atterraggio a Budapest e Belgrado.
Il 22 agosto, a Jesenice in Slovenia, Tito prese la parola davanti alla sua gente. Parlò di violazioni quotidiane del territorio jugoslavo: «Quasi ogni giorno, dopo la mia dichiarazione, sia con tempo bello che nuvoloso — e come voi sapete vi sono quest’anno poche nubi sulla Jugoslavia — le nostre frontiere e il nostro territorio sono stati continuamente violati». Sul caso degli aerei abbattuti: «Tutto questo è falso, perché io sono stato testimone oculare quando ciò è accaduto». E concluse: «Non cederemo un palmo del nostro suolo che per diritto ci appartiene».
La stampa americana lesse la situazione con chiarezza. Il «Daily Mail» scrisse che l’atteggiamento della Jugoslavia verso Trieste «ha rivestito sin dal principio la forma di un’aggressione spregiudicata e cinica» e che l’assassinio degli aviatori americani aveva «tutta l’apparenza di un atto di livore e vendetta per la disfatta delle eccessive ambizioni jugoslave in quella zona». Il «St. Louis Dispatch» fu più diretto: la tecnica della Jugoslavia consisteva nel creare disordini a Trieste nella speranza di minare il Governo Militare Alleato e determinarne il ritiro. Il «Washington Post» propose due sole spiegazioni: o un piano calcolato per intimidire le nazioni minori d’Europa, o un isterismo «che sta ora raggiungendo un punto di assoluta pazzia».
22 agosto, ore 21.30, Posto 36, Linea Morgan, Gorizia
Quella mattina, nella tenuta principesca di Brdo a Bled, l’ambasciatore Patterson era stato ricevuto da Tito. Il colloquio era durato due ore. Tito aveva detto che i sopravvissuti erano già liberi e «sulla via per Trieste». Aveva detto di essere «estremamente dispiaciuto» per l’accaduto, che gli incidenti non si sarebbero ripetuti, che sperava tutto questo non guastasse «la tradizionale amicizia tra gli Stati Uniti e la Jugoslavia». Aveva promesso una lettera scritta.
Alla sera, il tenente Donald Paulson dell’88ª Divisione andò incontro a nove persone nell’oscurità al Posto 36 della Linea Morgan. Sette americani, due ungheresi. Quattordici giorni senza cibo americano. Prima cosa chiesta: un caffè.

Si chiamavano William Grombie, pilota; Bill McGrew e Donald E. Carroll, equipaggio; il sergente Hochecher, passeggero; il caporale Roberto Dahlgrun, equipaggio; il caporale John Dick, radiotelegrafista, che aveva lanciato il primo SOS. Con loro il dottor Alabar Pallay, avvocato di Budapest; il dottor Arthur Lederer, passeggero; e Arland Blackburn, funzionario civile dell’UNRRA in Italia. Il capitano turco era rimasto in un ospedale jugoslavo: ferito gravemente, non trasferibile. Per dodici giorni non gli era stato permesso alcun contatto con il suo Paese. Patterson provvide personalmente a procurargli un passaggio fino a Roma.
Tito aveva mantenuto la promessa: a mezzanotte del 23 agosto, firmata J.B. Tito, la lettera era arrivata a Patterson.
28 agosto, ore 16.30, Posto 36, Linea Morgan, Gorizia
Stesso cancello. Questa volta non arrivavano i vivi.
Quattro bare su una sola ambulanza dell’Esercito jugoslavo, con bandiera americana. Ogni bara scortata da quattro soldati. La colonna era comandata dal maggiore Ilija Poić — ufficiale comandante della 4ª unità di aviazione, la stessa che aveva abbattuto l’aereo — e dal capitano Merković.
Patterson aveva accompagnato la scorta d’onore da Lubiana. All’avamposto le bare vennero scaricate e avvolte in bandiere americane dai portatori di barella dell’88ª Divisione. Attraversarono la Linea Morgan. Un’ambulanza americana le attendeva. Il maggiore Poić espresse il suo rammarico per l’incidente e promise che non si sarebbe ripetuto. Patterson consegnò i corpi al maggior generale Bryant E. Moore, comandante dell’88ª Divisione.
Bare d’acciaio a Udine. Treno per Livorno. Nave per gli Stati Uniti. Il 13 settembre, funerali solenni a Washington. Sepoltura nel cimitero nazionale di Arlington.
Patterson rilasciò una dichiarazione: Tito e il popolo jugoslavo avevano fatto tutto il possibile per facilitare la restituzione dei corpi. Poi fece «immediatamente ritorno, sostando solo il tempo necessario per un abboccamento col generale Moore».
Settembre – ottobre: la trattativa
La vicenda non si chiuse con le bare. Il 3 settembre Washington presentò una nuova nota a Belgrado — consegnata all’incaricato d’affari jugoslavo Sergije Makiedo dopo averlo fatto aspettare ventisette minuti — con la richiesta formale di un indennizzo adeguato alle famiglie delle vittime e di compensazione per i due aerei distrutti. La cifra iniziale: circa 100.000 sterline.
Il 6 settembre Patterson si recò di nuovo da Tito: colloquio di tre quarti d’ora sulle richieste americane. Il 10 settembre Belgrado accettò il principio dell’indennizzo.
Il 13 settembre il facente funzioni di Ministro degli Esteri americano William L. Clayton dichiarò che «le richieste del Governo degli Stati Uniti erano state ampiamente soddisfatte». Aveva aggiunto che, nonostante la grave provocazione subita, non era il caso di adottare misure tali da mettere gli Stati Uniti «in condizione di non mantenere fede ai propri impegni internazionali».
Il 24 settembre Belgrado avanzò una controproposta. La trattativa continuava.
Il 9 ottobre la cifra fu fissata: il Governo degli Stati Uniti accettò il pagamento di 150.000 dollari da parte della Jugoslavia come indennizzo per le vite degli aviatori uccisi il 19 agosto. La trattativa per il risarcimento degli aerei perduti restava aperta.
Parigi, 25 settembre 1946
Il Sottocomitato per lo Statuto di Trieste si riunì per l’ennesima volta. I delegati avevano passato settimane intorno a quel tavolo a discutere confini, poteri, sovranità, governatori, «fino nei loro più intimi meandri, ma senza trovarsi d’accordo sui principi». Quel giorno riuscirono ad accordarsi su un solo punto.
Dello «Stato reale con la propria identità» invocato da Connally, al momento l’unica certezza era l’emblema: l’alabarda in campo rosso.
Il resto era ancora tutto da decidere. Trieste sarebbe rimasta al centro del mondo ancora otto anni.
Fonte: «Giornale Alleato», Trieste, agosto–settembre 1946
Il Governo Militare Alleato rimase a Trieste fino al 1954. Gli uomini dell’88ª Divisione che avevano accolto i sopravvissuti dei Dakota al Posto 36 di Gorizia erano gli stessi che presidiavano le strade della città, gestivano i mercati, ricostruivano le infrastrutture, cercavano di tenere insieme una città sospesa tra due mondi.
È la storia che raccontiamo nel tour Nella Trieste del GMA. Nove anni al centro del mondo: la città come era davvero, vista dagli occhi di chi la occupava e di chi ci viveva sotto occupazione.