Srečko Kosovel. Cento anni, una voce ancora viva

Novembre 2019. Patti Smith sale sul palco del teatro Rossetti di Trieste — lo stesso teatro che il giovane Srečko Kosovel frequentava scendendo dal Carso — e apre il concerto declamando una poesia in inglese. È Mali plašč, il Piccolo cappotto, di Srečko Kosovel. Come scrive il romanziere croato Miljenko Jergović, «la madre del punk americano e mondiale non sa che Kosovel è il padre del punk sloveno». O forse lo sa benissimo.

Il 27 maggio 1926 moriva a Tomaj, a soli 22 anni. Un secolo dopo, la sua voce risuona ancora — da Trieste fino ai palchi di tutto il mondo.

Il monumento nel Giardino pubblico di Trieste, 2026 (foto dal sito: www.cizerouno.it/perlirami)

TRIESTE E LA MEMORIA PUBBLICA

Un busto nel Giardino Pubblico

Il 9 giugno 1996 «Il Piccolo» annunciava per i giorni successivi due nuove erme nel Giardino pubblico di Trieste: quella di Pier Antonio Quarantotti Gambini e quella di Srečko Kosovel. Già nell’accostamento c’era un gesto: due voci, una italiana e una slovena, destinate a trovare posto nello stesso parco.

L’11 giugno veniva scoperto il busto del poeta. Firmato dall’architetto Mitja Race, era un dono della Casa dello Studente Sloveno di Trieste. L’inaugurazione richiamò il mondo culturale sloveno in massa: il ministro della Cultura di Slovenia, il sindaco di Lubiana, quello di Sežana, la città natale del poeta. Vennero anche i bambini della scuola elementare slovena di Cattinara, che lessero in sloveno e in italiano le poesie di Kosovel.

«È assolutamente normale che Trieste celebri chi ha cantato il Carso», commentò il sindaco Riccardo Illy. L’assessore Roberto Damiani aggiunse che Kosovel aveva dato un contributo eccezionale alla cultura di queste terre, incarnando, come Svevo e Joyce, lo spirito europeo.

La giornata non fu priva di attriti: una decina di militanti di destra andò a «pulire» una zona del Parco della Rimembranza. Un contrappunto che ricorda quanto quel riconoscimento nello spazio pubblico portasse con sé il peso di una storia ancora viva.

«Il Piccolo» del 12 giugno 1996 (dal sito www.cizerouno.it/perlirami)



BIOGRAFIA E CONTESTO STORICO

Nato sul Carso, straniero nella propria terra

Nato il 18 marzo 1904 a Sežana, allora impero austro-ungarico, Kosovel era cresciuto a Tomaj in un ambiente familiare dedito alla musica e alle letture. Con la fine della prima guerra mondiale e il Trattato di Rapallo del 1920, il Litorale passò all’Italia: il padre, maestro elementare sloveno, venne rimosso dall’incarico e costretto a peregrinare per i paesi del Carso. Il giovane poeta si trovò, come scrive Marij Čuk, nella condizione di «emigrante sulla propria terra», straniero nel suo stesso paese, sotto l’occupazione fascista.

Eppure proprio da quella terra non volle staccarsi. Il Carso divenne la scelta lirica fondamentale di Kosovel: i pini contorti dalla Bora, i massi calcarei, il villaggio paragonato a una frotta di ragazzi, le case dalle fronti basse. Immagini che non trasfigurava simbolicamente, ma teneva nella loro oggettività. Come scrive Darja Betocchi, che ha tradotto le sue poesie in italiano, «i pini di Kosovel non possono davvero essere altro che pini: ce ne sono troppi, nella sua poesia, troppo famosi e troppo riconoscibili».



LA POETICA

Trieste, il costruttivismo, l’avanguardia

Kosovel aveva frequentato Trieste: il teatro Verdi, il teatro Rossetti, il Narodni dom, i pittori d’avanguardia. Il legame con il costruttivismo maturò attraverso la sorella Carmela, che frequentava il Conservatorio di Monaco dove Avgust Černigoj aveva soggiornato a lungo: fu così che Kosovel entrò in contatto con il pittore triestino, tra i protagonisti delle avanguardie europee.

Nell’estate del 1925 abbracciò la poesia costruttivista — simboli grafici, formule matematiche, slogan politici combinati con intermezzi lirici — per penetrare il nucleo più intimo della realtà contemporanea. Morì il 27 maggio 1926, senza aver pubblicato un libro. Come scrive Čuk, «ben pochi sono gli artisti che hanno creato in una manciata d’anni un’opera tanto polivalente ed artisticamente pura».

IL PROGETTO PER LI RAMI

Il percorso: da piazza Oberdan al Narodni dom, dall’Obelisco al Carso

Da quel busto del Giardino Pubblico prende il via uno degli itinerari di Per li rami, il progetto letterario di Cizerouno. Con Kosovel come guida, il percorso scende verso piazza Oberdan — nodo della memoria slovena in città, oggi sede della libreria TS360 — e risale verso il Narodni dom di via Filzi, la Casa nazionale slovena costruita da Max Fabiani e data alle fiamme dai fascisti il 13 luglio 1920. Un incendio che il piccolo Boris Pahor vide a sette anni e che attraversa come una ferita tutta la sua opera dalla Trilogia triestina fino alla biografia di Kosovel che Pahor firmò nel 1993, l’unico libro da lui scritto direttamente in italiano.

Immagini che raccontano le vicende del Narodni dom (tratte dal progetto ND110)

Da piazza Oberdan, il tram per Opicina riporta in quota, ripercorrendo al contrario la strada che Kosovel faceva scendendo verso la città. Dall’Obelisco si apre la vista sul golfo, esattamente come il poeta la descriveva: «tutto è un quadro, lo contempli dall’altipiano, immobile, in silenzio, assorto».

Questo Carso è anche lo sfondo del romanzo Tito, amor mijo di Marko Sosič, scrittore sloveno di Opicina. Nel suo Da lontano mi vieni vicino, il protagonista Ivan attraversa il Giardino Pubblico e tra le erme cerca Kosovel, lo trova. Un incontro silenzioso che dice tutto sul posto che il poeta occupa nell’immaginario sloveno di Trieste.

La copertina di “Tra Carso e caos” (Comunicarte edizioni)

CENTENARIO 2026

Srečko Kosovel, cento anni dopo

Per questo centenario, Per li rami offre un modo intimo di ritrovarlo: la voce di Nikla Petruška Panizon nell’audio dell’itinerario e le traduzioni di Darja Betocchi in Tra Carso e caos (leggi la recensione di Cristina Batocletti) restituiscono a Kosovel la presenza fisica che i suoi 22 anni non gli hanno concesso.

Cento anni dopo, la sua voce non si è spenta, risuona ancora a Trieste e oltre.

Comments are closed.