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Con Virgilio Giotti (1885 – 1957), ritratto da Tristano Alberti, partiremo dal Giardino pubblico, attraverseremo Trieste per raggiungere il Giardino di San Michele. Ad accompagnarci in questa passeggiata Carolus L. Cergoly, Claudio Magris, Bruno Maier, Boris Pahor, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Voghera.
dall’audio racconto:
Claudio Magris in Microcosmi descrive la statua di Virgilio Giotti al Giardino pubblico come «simile a un esile uccello nascosto tra il fogliame e degna della sua schiva poesia». Nato a Trieste nel 1885 nel rione di San Giacomo, morto nel 1957 pochi mesi dopo il grande amico Umberto Saba, Giotti è forse il poeta che più di tutti ha saputo dipingere a parole l’anima autentica e popolare della città — senza mai rinunciare a quello spirito aristocratico che Giorgio Voghera gli riconosceva: «uno dei pochi del nostro ambiente ad apprezzare il senso della misura».
L’itinerario Per li rami dedicato a Giotti scende dal Giardino pubblico verso il cuore della città, attraversando luoghi che ne segnarono la vita e la poesia. Si passa per via Battisti — un tempo Corsia Stadion — dove aveva sede la Scuola Industriale di Stato in cui Giotti studiò pittura e disegno, le stesse arti che lo portarono a illustrare Cose leggere e vaganti di Umberto Saba nel 1920. Si scende poi verso il Canal Grande e piazza Ponterosso, dove il mercato delle venderigole slovene animava la città mista di tre culture — romanza, germanica e slava — che anche Carolus Cergoly e Boris Pahor avrebbero celebrato nei loro scritti.
Da piazza dell’Unità il percorso raggiunge Cavana, la città vecchia di Trieste, e in particolare via San Sebastiano, dove nel 1919 Giotti aprì una piccola rivendita di giornali e libri. Lì lo andavano a trovare Saba, il giovane Bobi Bazlen, Giani Stuparich. E lì, come ricorda Giorgio Voghera, Giotti — poverissimo — regalava di tanto in tanto riviste e libriccini ai ragazzi del quartiere che non potevano permetterseli.
Il percorso si chiude salendo al Giardino di San Michele, da cui si apre il panorama su Trieste. Da quella terrazza, guardando la città, si capisce cosa intendeva Pier Paolo Pasolini quando nel 1957 scrisse che nella poesia di Giotti «i sapori locali acquistano un senso anche per lo straniero» — non per immediatezza, ma per mediazione poetica. Una Trieste fatta di colori e di voci, come i titoli delle sue due grandi raccolte in dialetto triestino, in cui abita il tema che Magris indica come centrale nell’opera di Giotti: il vero dramma della vita umana non è non essere amati, ma non amare.
➳ Letture suggerite
Per li rami con Virgilio Giotti
✤ Carolus L. Cergoly, Ponterosso, Milano, Guanda, 1976
✤ Virgilio Giotti, Colori, Torino, Einaudi, 1997
✤ Virgilio Giotti, Opere, Trieste, Lint, 1986
✤ Claudio Grisancich, Il fiore nel bicchiere. Virgilio Giotti, quasi una biografia, Roma, Furoilinea, 2025
✤ Claudio Magris, Microcosmi, Milano, Garzanti, 1997
✤ Bruno Maier, La poesia in dialetto triestino di Virgilio Giotti: dalla realtà al simbolo in Scrittori triestini del Novecento, Trieste, Lint, 1968 ed. 1991
✤ Pier Paolo Pasolini, La lingua della poesia, in Passione e ideologia, Milano, Garzanti, 1960
✤ Giani Stuparich, Trieste nei miei ricordi, Milano, Garzanti, 1948
✤ Giorgio Voghera, Figure della vecchia Trieste, in Gli anni della psicanalisi, Pordenone, Studio Tesi, 1980
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