Teca 08

1968. NEL SEGNO DEL CARSO

Giuseppe Ungaretti coltiva per tutta la vita un rapporto profondo con le arti figurative.

Lungo il suo soggiorno parigino entra in contatto con le avanguardie, assorbe le tensioni del nuovo e frequenta artisti destinati a segnare la storia come Picasso, Modigliani, De Chirico. Tornato in Italia stringerà rapporti con Carrà, Scipione, Rosai. Negli anni successivi si avvicina a Schifano, Dorazio, Burri, Guarienti, e stringe profonde amicizie con protagonisti della scena contemporanea, come Pericle Fazzini e soprattutto Jean Fautrier.

Non è un semplice spettatore: scrive introduzioni a cataloghi, testi critici, lettere vibranti, in cui si coglie un coinvolgimento diretto e appassionato.

Nelle tele di Burri riconosce la capacità di trasformare le ferite della storia in fiamma di riscossa; in Picasso vede «il toro della libertà»; nei disegni di Guttuso ritrova un’intensità che gli appare affine alla sua poesia.

Anche negli ultimi anni non smette di sostenere i giovani, accompagnando con parole generose i loro primi passi nell’arte.

Il 16 febbraio 1968, a Trieste, durante la visita alla mostra di Lojze Spacal al Museo Revoltella, Ungaretti si sofferma davanti a Bora sul Carso. L’opera lo colpisce al punto da indurlo a scrivere sul retro del quadro una testimonianza di entusiasmo come sul libro delle firme del Museo dove lascia un pensiero sul gesto creativo dell’artista sloveno di Trieste.

Pochi giorni dopo, invitato all’Istituto Statale d’Arte, incontra studenti e insegnanti, e accetta di legare i suoi versi alle loro creazioni, trasformando la visita in un laboratorio di dialogo tra parola e immagine.

Questi semplici episodi triestini suggellano un percorso in cui Ungaretti conferma ancora una volta la sua vocazione a vivere l’arte non come cornice, ma come compagna inseparabile di una vita intera.