UNGÀ POPSTAR

L’incontro tra Giuseppe Ungaretti e i media segna in profondità la sua identità di poeta pubblico.
Il volto scavato e la voce inconfondibile, trovano in radio e televisione una cassa di risonanza che trasforma il poeta in figura familiare e autorevole.
Ungaretti attraversa il Novecento mantenendo la sua fedeltà alla parola e al dialogo con il pubblico. La sua assidua collaborazione con riviste italiane e francesi lo vede impegnato come critico, traduttore e saggista, mentre l’esperienza nell’«Approdo», nelle versioni cartacea, radiofonica e televisiva, ne consolida il ruolo di intellettuale capace di coniugare cultura alta e strumenti della comunicazione di massa.
Dal 1934 il «Radiocorriere TV» documenta la sua attività con costanza, fino alla celebre introduzione televisiva all’Odissea del 1968, esempio di un uso pedagogico e poetico della televisione.

Anche le riviste generaliste, come «Epoca», «Playmen», «Le Ore» «L’Illustrazione italiana», gli dedicano interviste sobrie ma incisive, nelle quali affronta temi cruciali come la violenza o la società dei consumi.
Le sue parole, in ogni tipo di contesto, conservano un tono profetico e riflessivo, come nell’intervista sulla luna, dove dichiara: «La luna rimarrà la luna[…]. L’opera del Creatore non ha paura di confronti».
Persino le parodie di Alighiero Noschese testimoniano il grado di notorietà raggiunto, a conferma di una presenza che univa autorevolezza e popolarità.
Accanto a questo dialogo con i media, il rapporto di Ungaretti con la musica, seppur marginale rispetto al tema triestino, illumina un altro aspetto della sua immagine pubblica: l’apertura curiosa a linguaggi diversi. Tale legame si sviluppa lungo due traiettorie.
Da un lato, ad esempio, i Cori di Didone di Luigi Nono, nei quali la parola ungarettiana si fa materia sonora estrema che amplifica la densità simbolica di La Terra promessa. La voce stessa del poeta, con il suo timbro aspro, diventa per Nono fonte di ispirazione fonica.
Dall’altro lato, l’omaggio di Vinicius de Moraes, poeta e musicista brasiliano, che insieme a Sergio Endrigo trasfigura i testi di Ungaretti in canzoni dal respiro lirico e solare.
Tra avanguardia e canzone, tra sperimentazione e tradizione popolare, prende forma il ritratto di un poeta che sa consegnare la sua parola non solo alla pagina scritta, ma anche al suono, alle voci e agli strumenti di un secolo inquieto e creativo.