Chi è Ungaretti?


Chi è Giuseppe Ungaretti? Nato ad Alessandria d’Egitto il 10 febbraio 1888 da genitori emigrati da Lucca, Giuseppe Ungaretti è considerato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento. La sua biografia è un intreccio straordinario di geografie e culture: l’Egitto dell’infanzia, Parigi e la Sorbona, le trincee del Carso e del Bois de Courton durante la Prima guerra mondiale — dove nasce Il Porto Sepolto (1916) —, il Brasile, Roma. Una vita in movimento, segnata dall’esilio, dalla perdita, dalla fede e da una ricerca incessante sul linguaggio poetico che ha rinnovato la letteratura italiana del XX secolo.

Questa pagina raccoglie i ritratti che Giuseppe Ungaretti fecero poeti, critici, giornalisti e amici nel corso di oltre cinquant’anni: da Eugenio Montale a Quarantotti Gambini, da Giuseppe De Robertis ad Ardengo Soffici, fino alle parole dello stesso Ungaretti in una lettera del 1947. Un mosaico di voci diverse — ammirate, ironiche, affettuose — che insieme restituiscono la complessità di un uomo e di uno scrittore.

Vita e poesia in questa antologia a cura di Stefano Crise, nell’ambito del progetto “Trieste, invenzione della mia anima“.

Un ritratto di Giuseppe Ungaretti pubblicato su «Le Ore», n. 45, 11 novembre 1965 dalla mostra curata da Cizerouno "Trieste, invenzione della mia anima"

Ritratti di Giuseppe Ungaretti

«L’antico»

Giuseppe De Robertis


«Bambino di mille anni»

Vinicius de Moraes


«La iena egiziana»

Eugenio Montale



«Giuseppe Ungaretti
fu Antonio
e fu Maria Lunardini

diploma Studi superiori filologia Università Parigi

nato ad Alessandria d’Egitto
il 10 febbraio 1888 –

tutta la guerra in trincea
nel 19° fanteria col
grado di soldato –

croce di guerra italiana
e francese –
sul Carso
in Francia – Bois de Courton

coniugato con Jeanne Dupoix
e due figli -»

Nota di Ungaretti, s.d. [ intorno al 1921]


«Ha partecipato al rinnovamento del linguaggio artistico in Italia, collaborando alla «Voce», a «Lacerba» e alla «Ronda» che furono successivamente i principali organi di tale rinnovamento. Fu in seguito, tra le due guerre, l’animatore del settimanale «L’Italia letteraria». Insieme a Jean Paulhan, Bernard Groethuysen, Henri Michaux, e Henry Church, diresse a Parigi per 10 anni fino al 1940 l’autorevole rivista «Mesures» che raccoglieva scritti estetici ed esempi lirici d’ogni paese e d’ogni tempo. […] Dal 1937 al 1943 (1942, n.d.c.) fu titolare della cattedra di letteratura italiana all’università di San Paolo in Brasile. È attualmente ordinario di storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma. È ritenuto in Italia il maggior poeta italiano vivente ed è universalmente considerato come uno dei maggiori d’oggi. Giuseppe Ungaretti.»

s.d., Archivio Bonsanti, G.U.II.47.2, cc.3-6


«Ecco: sono nato il 10 Febbraio del 1888 ad Alessandria d’Egitto dove erano emigrati da Lucca i miei genitori. L’essere nato in Egitto ed avervi trascorso ininterrottamente circa diciotto anni (furono, invece, ventiquattro anni, n.d.c.), ebbe anche naturalmente la sua influenza sulla mia poesia. Quel senso di sete, d’arido, di miraggio, di sfolgorante di provvisorio che mi viene dalle apparenze. Ed anche quel senso che le cose che più mi erano vicine, che erano le mie, erano cose lontane, assenti, cose d’esilio. È il punto dove un giorno mi sono ritrovato cristiano.

In Egitto, e dovevo essere molto giovane, tra i 15 e i 16 anni se ricordo bene, intesi per la prima volta il nome di Mallarmé, da parte di un giovane professore di letteratura francese che ci leggeva a lezione di tanto in tanto il «Mercure de France». Furono grandi liti tra Sceab, che ricordo nel Porto Sepolto, sostenitore di Baudelaire, ed io per il quale già in quegli anni, senza saperne ancora troppo il perché, ero di Leopardi e Mallarmé. In quegli anni conobbi anche i volumi di Nietz(s)che che andava traducendo Henri Albert. In Egitto incontrai Pea, e dall’Egitto entrai in relazione con Prezzolini che faceva «La Voce». Partito per la Francia, mi iscrissi a Parigi in Sorbonne dove ebbi illustri maestri: il vecchio Thomas, Jeanroy, Delbos, Lanson e Strowski che in un volume di memorie volle ricordarsi dello strambo discepolo. Al Collège de France frequentai le lezioni di Bergson che in quegli anni commentava Spinoza, e Bédier che preparava la sua edizione critica della Chanson de Roland.

A Parigi incontrai alcuni scrittori italiani; ma a Firenze avevo già conosciuto di persona Jahier e Prezzolini. Erano scrittori, quelli incontrati a Parigi, venuti con Marinetti per un’esposizione di pittura futurista: Papini, Soffici, Palazzeschi. Conoscevo già Apollinaire e gli altri loro amici francesi. E fu così che mi avvenne di collaborare a «Lacerba».

Poi scoppiò la guerra, e trovai, partecipando alle sofferenze di tanta umanità nelle trincee, il segreto umano, il mistero poetico, il segno della mia poesia. Fosti te a pubblicare nella «Voce letteraria» che dirigevi, alcuni versi miei di quel periodo. È del ‘16 l’uscita del mio Porto Sepolto, che Ettore Serra, allora ufficiale commissario della Divisione, raccolse sulle briciole di carte dove le avevano annotate e che conservavo nel tascapane andando da un posto di combattimento a un luogo di riposo (riposi brevissimi, continuamente interrotti, e non si aveva neanche il modo di spogliarci per dormire).

L’ultima parte della guerra la trascorsi al Bois de Courton, in Francia, il mio reggimento essendo stato destinato a far parte del Corpo italiano di spedizione in Francia comandata dal Generale Albricci.

Dopo la guerra mi stabili, dopo un breve soggiorno a Parigi dove presi moglie, a Roma. A Roma era l’epoca della «Ronda». Vi collaborai; ma avevo altre mire. I miei amici della «Ronda» consideravano che l’epoca della poesia in verso fosse tramontata; avevano adottato le idee decadenti di Baudelaire e quelle che attribuivano inesattamente al Leopardi delle Operette morali. Dimenticavano che le cose più belle in verso nacquero al Leopardi dopo le Operette. Io mi misi invece con tutta lena a trovare gli sviluppi della mia poesia del Porto Sepolto, in un canto dove il verso finisse col ritrovare la sua complessità e l’unità strofica. Fu così che nacque il Sentimento del tempo, uscito per la prima volta in volume, con la prefazione di Alfredo Gargiulo, nel 1933.

Invitato dal governo argentino quale membro d’onore del Congresso del Pen Club tenutosi a Buenos Aires nel 1936, essendomi fermato per fare alcune conferenze a San Paolo del Brasile, fui dal governo di quello stato assunto per occupare l’ufficio della cattedra di Italiano di quella facoltà.

Nel 1942 ritornai in Italia. C’è una cosa che forse non si sa bene: nel 1939, o ‘38, essendo ritornato durante le vacanze in Italia, protestai con tale veemenza contro le leggi razziali della campagna antifrancese del governo fascista, che fui fermato mentre stavo nella hall dell’Albergo d’Inghilterra accomiatandomi dagli amici, per ritornare in Brasile dove avevo lasciato la mia famiglia. Solo per l’intervento personale di Mussolini, che avevo conosciuto durante la campagna per l’intervento dell’Italia a fianco dell’Intesa nel 1915, mi fu permesso di prendere l’ultima nave (lo seppi poi) che partiva per l’America del Sud.

Il resto: i miei dolori personali, la mia disperazione di fronte al destino umano, e la mia speranza, il mio comportamento nell’ora tragica sono nel mio libro uscito ora, ma scritto giorno per giorno: nel Dolore. Ecco tutto. Non oso rileggere il mio scritto. Perdonami. Rimettilo a posto come vuoi».


Lettera di Ungaretti a de Robertis, 21 dicembre 1947


«E gli occhi del poeta sorridente sono due righe di luce in quel suo volto così caratteristicamente mobile. (Al contrario di quasi ogni altro volto, quello di Ungaretti si apre, si spalanca nell’indignazione e nel corruccio, virgolato bizzarramente dal corrugare dei sopraccigli; e invece si raccoglie, si restringe nella cordialità e nell’affetto – pure illuminandosi – con un sorriso che pare un sogghigno)».


P.A. Quarantotti Gambini, «Il Giornale di Trieste», 18 novembre 1949


«Lui ha un viso illuminato e macerato da tanti lustri di meditazione e patimenti; e divenutone espressivo e forte, e lui lo sa, più di qualsiasi altro; e ha mani magre, nervose, e, dicono tutti, belle e parlanti come di rado».

Lettera di Ungaretti a Bruna Bianco, 27 agosto 1967


«Codesto uomo era un brutto ceffo: calcava un cappellaccio nero, sformato, sopra i capelli lunghi che gli si affacciavano in disordine, ispidi, da sotto la falda. Un paio d’occhiali con lenti tonde, stanghette nere, guarniti di finta tartaruga, gli conferivano un’aria da americano malriuscito».

A. Della Massea, «Il Piccolo», 9 dicembre 1959


«Bisogna rivederlo, bisogna udirlo ancora. Quest’uomo è una specie di coboldo, di troll spaventosamente intelligente. Gioca con pezzetti di vetro lucente che riflettono l’infinito. Chi seppe da noi dire tanto con così poco?»


G. Severi, «Radiocorriere», 1934, n. 22


«[…] Con queste parole Giuseppe Ungaretti ha accompagnato sabato sera una lettura delle sue liriche più significative, tenuta all’Istituto Fascista di Cultura. L’amara veemenza con cui le ha pronunciate tra un balenare minaccioso dei suoi piccoli occhi azzurri, parlando egli a un pubblico di ammiratori e di amici che non si stancavano di applaudirlo, può essere sembrata eccessiva a chi non conosce l’animo di Ungaretti in cui le intemperanze del sentimento nascono sempre da una ferma coscienza, da una fondamentale bontà, da una fede appassionata nella missione morale e civile della poesia, e da uno sdegno altrettanto appassionato contro tutto ciò che gli appare diretto ad offenderla o soltanto a diminuirla […]».

A. Frateili, «La Tribuna», 6 giugno 1933)


«[…] In quel periodo ho cominciato a scrivere delle poesie, è sotto il nostro collegio passavano dei funerali, passavano dei funerali musulmani, arabi […] si abitava ad Alessandria d’Egitto, e allora c’era questa specie di… nenia di ciechi che si tenevano per mano che cantavano tutte quelle cose… vede ho fatto anche dei versi così, e forse quello è uno dei primi motivi. Non era una gran cosa, erano… così… dei motivi molto malinconici […]

[…] Io sono nato lontano dall’Italia. Io ho avuto un’educazione italiana ma da lontano e anche non soltanto italiana, ma europea, ma da lontano quindi… è uno strano sentimento, insomma, ma per questo sentimento non si può parlare di rivolta. Ma di… come se fosse avvenuto un taglio… un taglio tra quello che è nostro e… le condizioni nelle quali si è così, per fatalità, costretti a vivere. E questa è una cosa che, difatti, ha prodotto nel mio essere, e non soltanto nel mio essere, qualche cosa che nel mio essere metteva uno squilibrio. […] E il senso di sentirmi lontano da ciò che è mio, un senso di sradicamento no?! […]

Mi sentivo in qualche modo d’essere stato tagliato dall’Italia, tagliato… tagliato da me stesso… è tagliato da me stesso sentivo questo… questo taglio… questo taglio… questo paese che era lontano da me… che era lontano nello spazio e lontano anche perché il mondo, il mondo intorno a me, il mondo delle mie prime emozioni, era un mondo diverso, non era l’Italia. Quindi questo creava in me un senso… questo senso di desiderio… e di colmare questa specie di fosso che c’era tra me e il mio paese… e nello stesso tempo anche questo amore per questo paese nel quale le mie emozioni erano nate […] che durano tutta la vita, erano nate, in un paese che non sarebbe stato mai il mio… certo, queste saranno presenti costantemente nella mia poesia».


Intervista di Jean Amrouche con Giuseppe Ungaretti,
«L’Approdo letterario», marzo 1972, n. 57


«Un po’ curvo sul bastone, ma con il sorriso luminoso e comunicativo. L’eterno fanciullo: questa è l’immagine che dà, a dispetto dei suoi ottant’anni. […] il suo incedere è ancora alquanto spedito, la voce senza affanno».


A. Priore,«Il Piccolo», 20 gennaio 1966


«Negletto l’abito, le spalle curve, i capelli al vento, la bocca a ciantella, tirata giù d’angolo da un mezzo toscano spento, gli occhi felini appena a tratti visibili tra le palpebre semichiuse, parlava con voce ora fievole, lamentevole, quasi spenta, ora stridula, sarcastica, ora alta e squarciata nell’empito del discorso spesso intramezzato da espressioni francesi».


A.Soffici, Autoritratto d’artista italiano nel quadro del suo tempo,
vol. IV Fine di un mondo, Firenze, Vallecchi, 1955


«Le sue spallucce ricurve, la sua faccia pallida e stenta che gli occhi piccoli e sbiaditi, i capelli d’un biondo annacquato contribuiscono a rendere ancora più incolore, il suo magro corpo tutto ossi e angolosità con le braccia scimmiesche e le gambine tentennanti danno un’impressione di pena. La pena che si prova dinanzi a certe creature umane per le quali Iddio non è certo stato largo di favori e la vita grama ha fatto il resto. Ungaretti non è un uomo, è l’ombra di un uomo. Meglio: la devastazione di un uomo. I suoi occhi quasi ciechi debbono compiere un terribile sforzo per riuscire a vedere, la sua bocca sformata assomiglia molto a quella di una vecchia bertuccia. Il resto del corpo non è che un triste spettacolo di disfacimento».

A. Franchi, Il servitore di piazza, Firenze, Vallecchi, 1922


antologia a cura di Stefano Crise