
«Disseminate nei viali, sotto platani e ippocastani, le auliche teste riaffermano la civitas, le nobili memorie culturali, sull’indistinto della foresta, avvolgente e risucchiante anche in quelle dimensioni ridotte»
Claudio Magris, Microcosmi, 1997
Il Giardino pubblico “Muzio de Tommasini”, situato nell’ottocentesco Borgo Franceschino, è uno dei principali spazi verdi storici di Trieste.
La sua realizzazione iniziò nel 1854 con la sistemazione della parte alta, su terreni acquistati dal Comune dalle monache benedettine; la parte bassa fu invece completata tra il 1863 e il 1864.
Muzio de Tommasini, podestà della città, decise di trasformare quest’area, inizialmente destinata a una chiesa e ad abitazioni, in giardino pubblico.
Nel 1857 venne edificata la costruzione destinata a caffetteria e negli anni successivi il giardino fu arricchito dal portale d’ingresso e dalla cancellata realizzata dall’architetto Berlam.
La ringhiera originaria che delimitava tutto il perimetro, venne quasi interamente rimossa durante la Seconda guerra mondiale per la raccolta dei metalli.
Ne resta solo un tratto, quello dell’ingresso principale alle spalle del monumento a Domenico Rossetti. È invece scomparsa la statua di Minerva che un tempo accoglieva i visitatori.

Il giardino ospita oggi 31 busti celebrativi, di cui solo due dedicati a personaggi femminili, ed è popolato da 368 alberi, tra specie autoctone ed esotiche.
L’intervento di riqualificazione del 2004 ha restituito al parco l’alternanza originaria di spazi ombrosi e aperti, riaffermandone il valore storico e simbolico, profondamente legato alla memoria e alla letteratura triestina.

Il Giardino pubblico di Trieste non è solo uno spazio verde storico: è un luogo della letteratura. Italo Svevo lo attraversa più volte nelle pagine di Senilità (1898) — Emilio Brentani vi aspetta Angiolina, vi passa nelle mattine tormentate, lo costeggia la sera riconoscendo il passo di lei alla luce di un fanale. Il giardino è sfondo delle passioni e delle gelosie del protagonista, parte del tessuto urbano in cui si svolge uno dei romanzi più importanti della letteratura italiana del Novecento.
Quasi un secolo dopo, Claudio Magris dedica al Giardino pubblico un intero capitolo di Microcosmi (1997), il libro che gli valse il Premio Strega. Lo descrive come una foresta che comincia subito dopo l’ingresso, dove «le auliche teste riaffermano la civitas» — i busti celebrativi che punteggiano i viali come un pantheon laico della cultura triestina. Per Magris il giardino è anche un luogo della memoria personale: il bambino che lo esplora da cima a fondo, scrive, porta con sé qualcosa che «era già tutto là, fin dall’inizio».
È proprio da questo intreccio tra storia, natura e letteratura che nasce Per li rami: un progetto che restituisce voce ai 31 busti del giardino, a partire da quattro protagonisti — Anita Pittoni, Virgilio Giotti, Srečko Kosovel e Scipio Slataper — e da qui si dirama attraverso parchi, quartieri e luoghi della Trieste letteraria.

