Fulvio Tomizza

Maggio
Maggio era il mese prediletto di Fulvio Tomizza. Lo scrittore istriano nato a Materada nel 1935 e morto a Trieste nel 1999 ha lasciato un’opera, tra Trieste e l’Istria, che attraversa la frontiera — geografica, storica, linguistica — e che ancora oggi continua a parlare a chi abita queste terre o le ha dovute lasciare.
Dal 2015 Cizerouno lavora attorno alla sua figura: con incontri, ricerche, un progetto educativo nelle scuole, un documentario, passeggiate urbane tra i luoghi triestini e istriani che i suoi romanzi hanno attraversato. In questa pagina raccogliamo tutto quello che abbiamo fatto — e quello che stiamo ancora costruendo.
Si comincia da un testo di Tomizza stesso.

Autoritratto di Fulvio Tomizza
«Compio in questi giorni quarantadue anni, ma questo dato non mi sembra determinante ai fini di un mio ritratto: in fondo non mi sento troppo diverso da com’ero cinque, dieci e addirittura trent’anni fa. Ciò che mi ha condizionato e forse definito per sempre è il luogo, secondo me particolarissimo, nel quale sono nato.
«La parrocchia di Materada, composta da una decina di villaggi che le gravitano intorno, non è lontana più di sei chilometri dal centro costiero di Umago, nostra sede comunale; eppure conserva tutt’oggi il carattere di un’Istria assai diversa da quella ufficiale — veneta —, che il lettore italiano forse avrà conosciuto attraverso le pagine di Giani Stuparich e di Quarantotti Gambini. Pur affacciata su una vallata ondeggiante a ridosso delle prime colline dell’interno montuoso e in graduale discesa verso il mare, costituendo dunque un luogo di transito, la mia terra di origine, più per ragioni storiche sociali e psicologiche che non geografiche, si configura come una sacca contadina a sé stante, raramente percorsa e mai penetrata da uomini che recano con sé fede e cultura; ai cui insegnamenti e intraprendimenti (penso ai tanti parroci forestieri, qualcuno ottimo davvero) essa sarebbe rimasta comunque refrattaria. La storia dice (anzi, dalla pur circostanziata storia patria istriana si desume) che la comunità sia sorta nel 1630, all’indomani della peste dei Promessi Sposi, per volere della Repubblica veneta che nell’intento di ripopolare questa sua «colonia» vi fece trasportare genti balcaniche già sbandate dall’avanzata turca. Il capostipite della mia famiglia, salito fin quassù con un bragozzo carico di figli, nuore e nipoti, ne fondò la chiesa, accogliendo via via nelle sue proprietà, avute in dono da Venezia, pastori e braccianti calati dal più misero entroterra soggetto all’Austria e a un regime ancora feudale. Nel piccolo centro agricolo cominciarono poi ad affluire dalla cittadina costiera artigiani friulani, veneti e lombardi, affrancatisi da poco dalla schiavitù della zappa e che soltanto in un ancor più umile e desolato àmbito paesano potevano esercitare disinvoltamente il loro mestiere. Si strinsero legami di parentela che intrecciandosi finirono per toccare un po’ tutti, mentre dallo stretto corridoio dei monti continuavano a scendere viandanti con un maggior bagaglio di umiliazioni e di superstizioni, grati di poter svolgere nella parrocchia asservita al centro costiero un ruolo di assoluta dipendenza e, dopo un periodo di lenta e spontanea acclimatazione, di riuscire a confondersi coi più, grazie magari a nuovi, insperati matrimoni. In una comunità nella quale più contavano ormai i vincoli di parentela che non il peso delle origini diverse, la storia pur mutevole ed imparziale, come sempre lo è nelle regioni di confine (ai veneti successero i francesi, a questi gli austriaci), non portò grandi cambiamenti, lasciando intatto un costume di vita regolato dall’eterna legge del lavoro nei campi e del gioco dei profitti, e dal rispetto delle tradizioni, unico segno di cultura e motivo di fede per quella gente e quei luoghi.
«Al tramonto dell’Austria «felix», minata dal risveglio del sentimento nazionale nei suoi tanti popoli, anche i parrocchiani di Materada furono portati (o forzati) a rivangare la lontana origine italiana oppure slava, e più di uno se la scelse a seconda dello stato economico, delle aspirazioni e degli umori del momento. Si trattò di una divisione e poi di una schermaglia di tipo ancora familiare, grosso modo fra parenti poveri (i simpatizzanti croati) e parenti ricchi (quelli iscritti alla Lega nazionale). Ma quella prima incrinatura si allargò e s’incupì anni dopo, accogliendo il seme della discriminazione fascista. Il paese si spaccò in due e si rivolse per la prima volta all’esterno, all’«estraneo»: da una parte cercando affinità e protezioni nell’avversata cittadina di mare, dall’altra affidando la propria sete di rivincita alle sorti delle prime azioni insurrezionali e in seguito della guerriglia partigiana estesasi alle spalle sull’intero arco montuoso, più lungamente e duramente oppresso. Dopo una guerra entrata con impeto anche in questi campi, in queste case, nei fienili e nelle stalle, i liberatori scesero proprio da quel corridoio tra i monti da cui etano calati i loro avi tanto più sventurati di noi, spesso per stendersi su una bracciata di paglia e passare — come annotavano i parroci nel registro dei morti — «alla miglior vita».
«Nel primo decennio di amministrazione jugoslava della parrocchia, insieme ai mai sopiti risentimenti nazionalistici esplose un concentrato confuso di rivendicazioni, acrimonie e rivalse, di origine assai remota e in parte oscura. Vennero spesso manovrate da attivisti di un regime ancora improvvisato, contraddittorio, difficilmente controllabile e oscillante allora tra sciovinismo e comunismo staliniano, appena uscito vincitore da una guerra disastrosa e in aspra contesa col governo italiano per questa fetta di tetra confinaria.«Di educazione italiana che mi vedeva dalla parte degli avversati, ma come stordito dal pulsare giovanile di un sangue riscoperto differente, addirittura opposto, proteso verso quanto di nuovo e anche di giusto la nuova amministrazione aveva pur recato, mi trovavo tra due fuochi dentro alla nostra stessa frontiera, e questa lacerazione me la portavo dietro in famiglia e nella scuola, come una piaga segreta. Mio padre, la persona più agiata ma anche più prodiga della parrocchia, divenne oggetto di vessazioni fin parossistiche, ad opera dei paesani allineatisi col nuovo regime, i quali su di lui riversarono una somma di rancori covati assai prima della sua nascita. I miei insegnanti e condiscepoli del liceo di Capodistria, intitolato al nome di un caduto della prima guerra, avevano restaurato nell’istituto quel clima d’irredentismo post-risorgimentale nel quale si era formato, su quegli stessi banchi, il giovane Quarantotti Gambini. Venni a trovarmi nella situazione angosciosa e alquanto paradossale di vedermi evitato dai compagni di studio perché proveniente dall’entroterra slavo, di dover rabbrividire nell’attraversare la stupenda piazza veneta invasa da una folla urlante, di sentirmi valorizzato da giovani intellettuali usciti dalla guerra partigiana e contrari ad ogni estremismo, e di salire in una soffitta per salutare il padre durante l’ora di uscita nel cortile del carcere. La tragedia mi raggiunse con la sua morte avvenuta a 47 anni dopo una nuova incarcerazione, ancora senza motivo, che lo aveva privato di ogni voglia di vivere. Aveva contratto una malattia dalla quale, volendo, sarebbe potuto guarire: in realtà si lasciò morire. Chi incolpare della sua fine prematura se nessuno direttamente e tutti indirettamente ne eravamo responsabili? Nelle società arcaiche le grandi colpe si cercano in famiglia. Il colpevole era io che me ne ero distaccato, che volente o nolente lo avevo tradito. L’espiazione non poteva avvenire che attraverso un sovraccarico di autoaccuse che mi portarono vicino all’autodistruzione, questa volta cosciente. Vagabondai per il Paese straniero da cui aveva preso avvio la remota peregrinazione dei nostri antenati e che da ultimo si era esteso legalmente fin qui per capovolgere i nostri destini. Ma come apparivano sfocate e insensate a Belgrado le rivalità fratricide del nostro confine… In quella lontananza, dove bramavo confondermi per spersonalizzarmi del tutto, venivo trattato quale ospite di riguardo proprio grazie alla lingua che parlavo e alla cultura cui appartenevo; di rimando non pochi giovani che incontravo mi si rivelavano di temperamento assai affine, tanto da sentirli fratelli d’anima per la comune ansia di verità e di fede, unita a un’antica capacità di solitudine, di rinuncia e anche di rimorso.
«In quel novembre 1954 venne stipulato tra i due governi quel Memorandum d’intesa che in questi mesi è giunto alla sua formulazione definitiva col trattato di Osimo. Italia e Jugoslavia si spartivano le due zone che in un primo momento avrebbero dovuto dar vita a un «territorio libero» mai preso in seria considerazione da nessuno dei contendenti. Chi invece aveva accarezzato l’ipotesi di uno staterello a sé stante con a capo Trieste, la città verso la quale aveva sempre gravitato e ne aveva condiviso il destino di emporio sempre governato da amministrazioni e giunte militari più o meno gradite, più o meno straniere, era proprio la gente dei miei luoghi; e il distacco da Trieste fu la ragione non ultima per cui buona parte di essa — tra cui io stesso, allora ventenne — preferì oltrepassare il confine.
«Mi ero portato dietro le stimmate di un’esperienza culminata con la via crucis del padre, l’immagine di una campagna insostituibile e di cui avevo succhiato forse per primo le linfe più segrete, l’eco maliosa di una terra più vasta e lo spirito di un popolo in orgogliosa crescita che non dovevo più sentire estranei. Da tutto ciò derivava la consapevolezza che i miei dissidi personali non potevano ricomporsi se non attraverso un graduale avvicinamento dei due popoli confinanti, l’ansia di partecipare attivamente al superamento delle barriere della diffidenza e dell’odio che per secoli avevano avvelenato principalmente la vita delle popolazioni limitrofe, la speranza infine che la nostra intesa, una volta raggiunta, sarebbe servita da esempio ad altre genti poste a vivere in stretto contatto e ancora divise da rivalità recenti o remote. In una squallida stanza triestina in subaffitto m’improvvisai scrittore, pur non avendo granché brillato nemmeno quale studente liceale. All’uscita di Materada nel ’60 la critica nazionale volle inserirmi nel filone dei triestini che cinquant’anni prima, in un confronto di natura più culturale e psicologica che viscerale tra mondo italiano e mondo austriaco, avevano sofferto di un analogo dissidio, della stessa inconscia impossibilità di scelta. Seguirono La ragazza di Petrovia e Il bosco di acacie che trattano del destino di profughi dei miei conterranei. Dopo La quinta stagione (ossia la guerra vista con gli occhi dell’infanzia), volli tentare l’autobiografia, l’autoritratto, fermando le diverse tappe di quel doloroso itinerario giovanile che ho qui ricordato. Le prose della Torre capovolta sono il frutto di una ricerca letteraria nuova che si affida alla sintesi folgorante del sogno. La città di Miriam è l’educazione coniugale del giovane istriano ormai adulto e inurbatosi nella Trieste magica di Svevo e di Saba, Mentre Dove tornare parla del suo difficile inserimento nella vita italiana e, in genere, nella sfuggente, caotica vita di oggi. La lunga e tortuosa circumnavigazione di un piccolo mondo di asperità, iniziata da Materada, si conclude a Materada con La miglior vita di prossima pubblicazione. Ma il protagonista non sono più io, o forse sono io quale potrò essere a ottant’anni, tant’è vero che ho creduto opportuno di prestare la mia voce al sagrestano del luogo, il quale narra e insieme canta le «gesta» di una comunità nei suoi trecent’anni di vita.
«Resta ora da commentare ed aggiornare l’autoritratto che giace, più o meno scoperto, nei libri menzionati. L’origine e l’esperienza di vita particolari, corrette e approfondite dallo studio, dalla riflessione e da una serie di controprove condotte successivamente sul vivo di una realtà differente, fanno sì che io mi consideri, senza alcun vanto e qualche volta magari con invidia, sostanzialmente diverso da qualunque altro scrittore o intellettuale italiano. I pregi s’intrecciano strettamente coi difetti, fino a una fastidiosa sovrapposizione. Cerco le origini del bene e del male, la ragione di cui gioire e per cui soffrire, al di fuori della cronaca quotidiana, sia pure quella politica. Sono più propenso ad incolpare me stesso che ad accusare gli altri e, specie nel rapporto con le persone più vicine, preferisco subire e rinunciare che recar dispiacere. In genere antepongo la generosità alla giustizia. Ma mi accorgo che per qualcuno queste inclinazioni possono apparite ancora delle virtù. E allora ripiego lesto sui difetti, tra i quali spiccano l’impazienza e l’insofferenza. Non so attendere un minuto oltre il termine pattuito per una risposta, e mi straccio le vesti di fronte all’abilità oggi addirittura diabolica del mimetismo più sfacciato. So peraltro che esponendomi troppo, a mia volta rischierei d’incappare in uno dei tanti atteggiamenti che non sopporto negli altri e che sarei costretto a sposare per timidezza o autodifesa. Per questo vivo sempre più isolato, e, cosciente anche dei miei limiti, non scrivo per i giornali, non tengo conferenze né partecipo a dibattiti. Amavo un tempo cercare la compagnia degli altri, aprirmi interamente col primo venuto; oggi sono convinto che — salvo poche eccezioni — dagli incontri coi nostri simili si esce più impoveriti che accresciuti, un po’ sciupati anziché elevati. Perciò cerco di dedicare il meglio di me alla famiglia, agli amici sempre più rari, o di affidarlo alla pagina. Quando mi si spalanca l’eventualità di un domani senza aver più nulla da scrivere, mi aggrappo col pensiero ai libri che invadono la mia stanza. C’è tutto nei libri, basta saperli leggere. E per goderli meglio forse occorre condursi nella vita in armonia con quanto di buono troviamo in essi.
«Non ho accennato al mio ritratto fisico. Compio un ultimo atto di presunzione ricorrendo ancora a un mio romanzo, La quinta stagione; ma si tratta di un’immagine deformata, di un flash caricaturale. Siamo di nuovo a Materada nel fuggi fuggi dell’8 settembre 1943, quando io avevo otto anni. Giunge un camion stracarico di soldati sbandati. Stefano, il mio alter ego, vi si avvicina e «i dischi delle ruote erano così lucenti che vi si vide specchiato dentro: piccolo e tozzo con le mani in tasca, la faccia larga come un cinese. Un’immagine di sé che non riusciva a soffrire: di uno troppo di qua che non avrebbe mai potuto fare il soldato».
da « L’Approdo », settimanale di lettere e arti, anno XXXII, n. 1376 del 24 gennaio 1977, in onda su Radiouno
Il lavoro di Cizerouno su Fulvio Tomizza tra Trieste e l’Istria
2015 — Esplorando i romanzi di Fulvio Tomizza
Il primo incontro, nell’ottantesimo della nascita. Quattro romanzi al centro — La ragazza di Petrovia (1963), L’albero dei sogni (1969),L’amicizia (1980), I rapporti colpevoli (1992) — e una conversazione con studiose e lettori. Moderato da Massimiliano Schiozzi, all’INCE-CEI di Trieste.
L’incontro era parte del progetto Varcare la frontiera dedicato a Tomizza.
Tra i relatori Patrizia Vascotto, che ha presentato L’albero dei sogni.
2021 — Le Storie in movimento: Fulvio Tomizza e i contemporanei
Il progetto educativo con l’ITIS Deledda-Fabiani di Trieste: 13 incontri tra febbraio e maggio, workshop, interviste realizzate dagli studenti a scrittori, giornalisti e testimoni — da Francesco Magris a Silvia Zetto Cassano, da Nicolò Giraldi al MIRA Morandini. Il Liceo sloveno Prešeren porta in classe Materada. Ideato da Massimiliano Schiozzi, coordinato con Martina Vocci.
2021 — Il documentario (46 min., regia di Martina Vocci)
Scritto e diretto da Martina Vocci, prodotto da Cizerouno con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. La voce di Fulvio Tomizza è di Fabrizio Gaio. Disponibile su YouTube.
2022 — MIRA Morandini a Palazzo Ducale di Genova
Al Festival Internazionale di Poesia Parole Spalancate, l’allestimento del museo in realtà aumentata dedicato al poeta friulano Luciano Morandini ospita una sezione sul rapporto tra Morandini e Fulvio Tomizza, realizzata nell’ambito del progetto Le Storie in movimento.
2025 — Varcare la frontiera con Fulvio Monai
Nel programma di Varcare la frontiera_Margini, brani da Istria ritrovata di Fulvio Monai letti dall’attore Paolo Fagiolo: un omaggio che racconta il legame tra Monai e Fulvio Tomizza. Podcast e lettura a leggio.
Nell’ambito di Varcare la frontiera, Fulvio Monai racconta il suo legame con Tomizza.
2025 — Fulvio Tomizza tra Trieste e l’Istria
Il 14 maggio 2025, 35 studenti universitari (Università del Litorale di Capodistria, Università di Graz, Università per Stranieri di Siena) percorrono i luoghi triestini e istriani di Tomizza: dal Molo Audace a Materada, fino alla tomba dello scrittore. Con una cartolina QR code che fa ascoltare il testo di Fulvio Monai letto da Paolo Fagiolo.
2026 — Fulvio Tomizza in un ricordo su Radio Capodistria
Il 21 maggio 2026, Martina Vocci e Massimiliano Schiozzi ospiti di Ornella Rossetto nella sua rubrica “Punto e a capo” su Radio Capodistria. Alcune riflessioni sull’attualità dell’opera di Fulvio Tomizza a 27 anni dalla sua scomparsa. A questo link

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