I jeans, la frontiera, la fine di un’epoca a Trieste

C’è una storia che Trieste non ha mai smesso di raccontare, anche quando pensava di averla dimenticata. È la storia di un paio di jeans. Di una frontiera che non divideva ma univa. Di decine di migliaia di persone che ogni sabato mattina salivano su un autobus, su una Zastava, su qualsiasi cosa avesse quattro ruote e un motore, per arrivare qui, in questa città sospesa tra due mondi, e comprare un pezzo di Occidente.
Inizia tutto nel dopoguerra. Un ragazzo di famiglia triestina, nato “by accident” ad Ivrea il 29 novembre 1943, guarda i soldati americani per le strade della città durante il Governo Militare Alleato e capisce qualcosa che agli altri sfugge. Quei pantaloni di denim grezzo, robusti e informali, sono il vestito di un mondo nuovo. «Per noi era il vestito degli eroi», dirà Adriano Goldschmied di quei jeans — lui che diventerà “the Godfather of Denim”, il padrino del jeans premium mondiale. Goldschmied è morto il giorno di Pasqua del 2026, a 82 anni, mentre a poche centinaia di metri da dove quei soldati camminavano, l’ultimo jeansinaro del Borgo Teresiano abbassava la saracinesca per sempre.
La piazza, prima dei jeans

Ponterosso non è sempre stata la piazza dei jeans. Per secoli è stata la piazza delle venderigole — la corporazione tutta femminile delle venditrici di frutta e verdura, ritrovo di baracche e banchi dove, specie nel fine settimana, si intrecciavano lingue, contrattazioni e affari. Al centro, la grande fontana del Giovanin — il nume tutelare dei fiumi e dei laghi voluto dall’attivazione dell’acquedotto teresiano — che serviva a lavare la merce, spesso impolverata dalle raffiche di Bora. Intorno, un’indescrivibile babele: le venditrici di latte (le mlekarice) che resistettero fino all’avvento del frigorifero, le pancogole con la farina autorizzata dal Comune, la “Baba della tombola” che piazzava i suoi dolci prelibati attraverso un’apposita tombola.
Poi, dagli anni Sessanta, arrivarono i jeans. E Ponterosso cambiò faccia.
Il pelegrinaggio laico

Dal 2013 Cizerouno raccoglie e custodisce le memorie di quello che è stato, a tutti gli effetti, uno dei fenomeni commerciali e culturali più straordinari del secondo Novecento italiano. Nello studio dello storico sloveno Božo Repe, si conferma che negli anni Sessanta, nelle sole giornate del 29 novembre — il Dan Republike, il giorno della Repubblica jugoslava — Trieste era la meta di più di 250.000 acquirenti. Nel 1976, dopo il Trattato di Osimo, nella provincia di Trieste transitarono attraverso il confine più di 40 milioni di persone, di cui 21 milioni con il passaporto e 19 milioni con il lasciapassare.
Erano jeans, certo. Ma erano anche caffè, Nutella, bambole, sigarette, orologi, gioielli d’oro. Era il sogno di un Occidente che dall’altra parte del confine si poteva solo immaginare, e che qui, tra le bancarelle di Ponterosso e i negozi del Borgo Teresiano, diventava improvvisamente accessibile. «Si potrebbero scrivere romanzi su questa esperienza», scrive la sociologa Melita Richter, che di quei viaggi era protagonista, «sull’arte di attraversare i confini, di occultare la merce ai finanzieri di turno, di portare con sé a casa un pezzo del benessere, dell’agognato Occidente».
Per la moltitudine dei seguaci dello shopping, il 29 novembre significava una cosa sola: andare a Trieste.
Dall’altro lato del bancone

C’è una comunità che quella storia la conosce dall’altro lato del bancone, e che non è quasi mai stata raccontata. Sono i commercianti turchi che dal dopoguerra si insediarono nel Borgo Teresiano, aprendo uno dopo l’altro negozi di abbigliamento e di jeans in quella zona della città. Una presenza silenziosa e tenace, che ha fatto fortuna proprio grazie al flusso jugoslavo e che negli anni Settanta contava una decina di negozi, con centinaia di jeans venduti ogni giorno.
Erdogan Şengül arrivò a Trieste nel 1972, vacanza premio per la promozione a scuola. Rimase. Affiancò lo zio, imparò la lingua e il mestiere, aprì nel 1983 il suo negozio Target in via Roma. «Una vivacità incredibile», ricorda. «Tantissimi acquirenti dalla Jugoslavia, anni d’oro per tutto il settore. E la città mi è piaciuta subito molto». Gli acquirenti oltreconfine non avevano mai le mani libere per accontentare tutte le richieste. Negli anni Settanta si vendevano centinaia di jeans al giorno. Ogni giorno. «Anche gli anni Ottanta sono stati fantastici».
A marzo 2026, dopo oltre quarant’anni, Erdogan ha annunciato la chiusura di Target con grandi cartelli sulle vetrine. «I clienti sloveni e croati non sono più tanti, c’è qualche turista, certo, ma l’afflusso non è lo stesso di una volta». Lacrime e abbracci alla notizia. Alcuni hanno fatto scorta di vestiti. Con Erdogan Şengül si chiude quella che «Il Piccolo» ha giustamente definito «l’epopea dei jeansinari» — una storia che ha segnato in modo indelebile il commercio di Trieste e del Borgo Teresiano.

Il cerchio si chiude
Adriano Goldschmied muore a Pasqua 2026. Target chiude a marzo 2026. Godina aveva chiuso il 29 novembre 2014 — il Dan Republike, naturalmente, quasi un ultimo omaggio involontario a quella clientela che per decenni aveva attraversato il confine proprio in quel giorno.
È difficile non vedere in questa sequenza la fine di qualcosa di preciso. Non solo di negozi, ma di un intero sistema di relazioni, di un’economia di frontiera che aveva tenuto insieme per trent’anni mondi che la politica teneva separati. Trieste come luogo-cerniera, come spazio di incontro tra sistemi economici e culturali opposti, come città dove l’Occidente si poteva toccare con mano — e comprare, e portare a casa cucito nei vestiti o nascosto nel doppiofondo di una borsa.
Dal 2013 il progetto Ponterosso Memorie di Cizerouno e Varcare la frontiera raccoglie e restituisce queste storie. Mostre, tour urbani, performance, interviste, ricerche d’archivio. Una puntata della televisione pubblica croata HRT. Un servizio di Nova TV. Una troupe di Newsmax Balkans da Belgrado. Il magazine croato Putni Kofer. Artribune. Il progetto ha raggiunto proprio quelle comunità — croate, slovene, serbe, istriane — che quella memoria la portano ancora dentro, impressa in un paio di jeans comprati a Ponterosso un sabato mattina di novembre.
La piazza è ancora lì. La fontana del Giovanin anche. I tavolini dei bar hanno preso il posto delle bancarelle. Ma quella storia — di chi attraversava la frontiera con il passaporto rosso, di chi vendeva dall’alba al tramonto senza mai avere le mani libere, di chi aveva inventato tutto guardando i soldati americani camminare per le strade della città — quella storia è diventata memoria. Ed è esattamente il posto dove vive meglio.
Melita Richter — sociologa, una delle voci di Ponterosso Memorie — aveva scritto nel 2014, alla chiusura di Godina: «Quel mondo triestino che ha saputo tessere rapporti di scambio transnazionale duraturo inciso nella memoria di molti cittadini, in gran parte svanisce. Il 29 novembre, il Dan Republike di un paese che non c’è più, una morte annunciata simbolica ma che speriamo possa generare nuove nascite commerciali».
Dodici anni dopo, quelle nascite non sono arrivate. Ma la memoria sì.
Massimiliano Schiozzi

Scopri il progetto completo: Ponterosso Memorie
Fonti
Archivio Ponterosso Memorie – Cizerouno
Fabio Dorigo, Adriano Goldschmied, il padrino del denim aveva scoperto i jeans per le vie di Trieste, «Il Piccolo», 10 aprile 2026
Micol Brusaferro, Chiude Target, vera epopea dei jeansinari, «Il Piccolo», 6 marzo 2026
Zeno Saracino, Frutta, verdura, dolci di una corporazione tutta al femminile. Poi arrivarono i jeans, «Il Piccolo», 9 marzo 2026