59 secondi

6 maggio 1976 — 6 maggio 2026.
Cinquant’anni dal terremoto del Friuli

di Massimiliano Schiozzi

I tre libri sulla bancarella: Demattè e i due diari di Meloni
Tre euro, una bancarella in piazza Garibaldi. Da sinistra: Enzo Demattè, Un ragazzo chiamato Friuli; Vittorino Meloni, La prima e le altre scosse; Vittorino Meloni, Esodo e ritorno.

59 secondi sono pochi. Nemmeno un minuto.
Ma contali trattenendo il respiro.

Ho trovato tre libri su una bancarella in piazza Garibaldi — tre euro in tutto. Due diari di Vittorino Meloni, direttore del «Messaggero Veneto», scritti giorno per giorno dalla mattina dell’8 maggio fino al 23 settembre 1976. E un romanzo di Enzo Dematté, Un ragazzo chiamato Friuli, che di quei mesi ha fatto letteratura. Li ho letti in queste settimane, insieme alla rassegna stampa del Piccolo dell’epoca. Questo testo nasce da lì.

Quella notte avevo quattro anni ed ero a Rovigno, a casa di mia nonna. Ricordo la piattaia che trema, i piatti che ballano, qualcuno che prende i bambini e scende in strada. Non capivo cosa stesse succedendo. A poche ore di distanza, in linea d’aria, il Friuli era crollato.

Quella stessa notte, un astronomo dilettante in un giardino nel sud dell’Inghilterra stava guardando una stella attraverso il telescopio. L’immagine tremò per un momento. Solo dopo scoprì che coincideva esattamente con l’orario della scossa. Il terremoto del Friuli era arrivato fin lì.

Il 6 maggio 1976, alle 21.00, una scossa di magnitudo 6.4 durò 59 secondi e rase al suolo interi paesi del Friuli collinare e pedemontano. Novecentottantanove morti. Circa tremila feriti. Quasi duecentomila persone persero la casa. Diciottomila case distrutte. Numeri che la mente fatica a contenere ma che in quei 59 secondi erano già scritti, mentre la terra ancora tremava.

Un bambino accovacciato gioca tra le macerie in Friuli dopo il terremoto del maggio 1976
Friuli, maggio 1976. Foto da: Vittorino Meloni, La prima e le altre scosse.

Trieste che trema

Trieste non fu colpita, ma sentì. Le cronache del «Piccolo» di quei giorni raccontano una città scossa, letteralmente e figurativamente. I danni più visibili furono due, e non privi di un loro peso simbolico: dal pronao della chiesa di Sant’Antonio Nuovo crollò la statua di uno dei patroni della città. Del santo rimase il basamento con i piedi — il resto andò in pezzi sui gradini. Il giornale il 9 maggio scrisse San Servolo precipitato. Ma era San Sergio — quello con l’alabarda. Nella concitazione dei primi giorni, Trieste non riconobbe nemmeno il nome del proprio patrono caduto. San Sergio tornò al suo posto il 26 settembre 1988. Dodici anni dopo.

Il Piccolo 9 maggio 1976 San Servolo precipitato basamento vuoto Sant'Antonio Nuovo Trieste
«Il Piccolo», 9 maggio 1976. Il titolo sbaglia il nome: era San Sergio, non San Servolo. Il basamento resterà vuoto dodici anni.

Sul Conservatorio Tartini, intanto, il terremoto aveva aperto crepe profonde negli stucchi ottocenteschi dell’aula magna. Il 15 luglio — due mesi e mezzo dopo la scossa — il «Piccolo» pubblicò la foto di una Musa con le crepe ancora aperte. Il titolo era: «Musa» terremotata.

Il Piccolo 15 luglio 1976 Musa terremotata stucco crepato Conservatorio Tartini Trieste
«Il Piccolo», 15 luglio 1976. Due mesi e mezzo dopo la scossa, le crepe erano ancora aperte.

Il patrono della città con il basamento vuoto per dodici anni. Le Muse screpolate per mesi. Come se Trieste avesse voluto portare sul proprio corpo un segno di quello che stava succedendo a settanta chilometri e non avesse fretta di toglierlo.

La solidarietà

Prima pagina Il Piccolo 7 maggio 1976 catastrofico terremoto Friuli
«Il Piccolo», 7 maggio 1976. Il giorno dopo.

Prima ancora che arrivassero i soccorsi, nella notte del 6 maggio, una voce uscì dall’etere. Era il radioamatore I-3 CQX di Buia e trasmetteva dal luogo del disastro: grida di bambini da sotto le macerie. La rete umana che precede quella istituzionale. Da lì in poi, per mesi, fu tutto un filo che si allungava.

Quello che seguì fu qualcosa di diverso dalla compassione a distanza. La rassegna del «Piccolo» documenta giorno dopo giorno una solidarietà concreta, capillare, orgogliosa. In un solo giorno — il 9 maggio — Trieste raccolse trentuno milioni di lire. Al 22 maggio erano trecentosessantatré. La sottoscrizione del giornale continuò per mesi, fino a diventare due scuole materne ad Artegna e Pinzano, consegnate il 6 gennaio 1977.

E gli artisti triestini risposero a modo loro. In pochi giorni, quasi trecento opere furono offerte spontaneamente — da chi le aveva già acquistate e le rimetteva all’asta, da chi ne donava di nuove. Quattro aste — le prime due al Circolo della Stampa, le altre al Circolo della Cultura e delle Arti — organizzate da Chino Alessi e Stelio Crise, con Mascherini e Devetta presenti in tutte le serate. Tra gli artisti: Bomben, Bressanutti, Mascherini, Devetta, Pisani, Troianis, Franco Orlando. Bomben e Bressanutti fecero qualcosa in più: quando videro qualcuno rimettere all’asta un quadro appena acquistato, donarono immediatamente un’altra opera propria — come se quella generosità altrui li avesse privati di qualcosa e volessero restituirla. Diciannovemilioni cinquecentotrentunomila lire raccolte. «Il Piccolo» le chiamò “la bella favola dell’asta d’arte” e annotò che alla quarta asta il pubblico era rimasto in silenzio quando il padre di una ragazza gemonese morta a Trieste per le ferite del crollo aveva chiesto di raccogliere i soldi per riportarla a casa. Duecentocinquantamila lire in pochi minuti.

Da New York, il 19 giugno, arrivò un’altra notizia. Willem de Kooning, Robert Rauschenberg, Saul Steinberg, Mark di Suvero, Carl Andre, Phillip Pavia, Frank Stella, Alex Katz, William Bailey, Richard Serra, Roy Lichtenstein: undici artisti americani avevano donato opere per il Friuli. Le opere sarebbero state esposte a New York e poi trasferite a Udine, dove il sindaco avrebbe deciso cosa farne.

Come se le Muse screpolate del Tartini avessero chiamato a raccolta chi con le Muse lavorava ogni giorno, da Trieste a New York.

I muri che cadono

Ma c’è un altro modo di guardare a quei mesi. Enzo Demattè in Un ragazzo chiamato Friuli — trovato nella stessa bancarella dei diari di Meloni — li ha trasfigurati in letteratura. Non la cronaca del disastro: le persone dentro il disastro.

Sono due sguardi complementari. Meloni scrive in presa diretta, dalla mattina dell’8 maggio: «Altrove si piange, ci si preoccupa e si fanno gesti generosi, ma anche retorici. Qui si lavora.» Tre parole contro la retorica del dolore. Demattè trasfigura in chiave letteraria situazioni reali — la tendopoli aperta a profughi, soldati e volontari di diversa origine, i tedeschi arrivati con i camion — e da quella distanza riesce a vedere quello che la cronaca non riesce a cogliere.

Sotto le tende e tra le macerie successe qualcosa di inatteso: le persone si conobbero. Friulani della pedemontana e friulani della Carnia, della bassa e di ca e di là da l’aghe — comunità che vivevano a pochi chilometri di distanza e si erano sempre ignorate, o guardate con diffidenza. Triestini e friulani, divisi da una rivalità antica e mai del tutto sopita. E poi loro, i meridionali — calabresi, siciliani, campani — che il Nord aveva sempre tenuto a distanza con un epiteto: “terre ballerine”. Così il nonno di Lelo, il protagonista del libro di Demattè, chiama il Sud, con il tono di chi è convinto che certe cose capitino solo laggìù, a quelle genti, in quei posti.

Poi il 6 maggio 1976 anche il Friuli ballò. Trecento scosse di una certa intensità dal 6 maggio al 22 settembre data in cui «Il Piccolo» le contò per la prima volta. Ballò anche a settembre.

E i calabresi, i siciliani, i campani arrivarono ad aiutare. Con i camion, con le mani, con il corpo. Nelle tendopoli si ritrovarono a fare lo stesso lavoro, a dormire sotto lo stesso telo, a condividere lo stesso freddo. Un soldato calabrese e Aurelio Tonùt — il ragazzo friulano che nel romanzo tutti chiamano Lelo Friuli — si scoprivano, con stupore crescente, quasi uguali: entrambi con il padre emigrante in Svizzera, entrambi con i soldi mandati a casa. «Da quel punto la conversazione prese una strada tutta diversa, piena di scoperte e di coincidenze che non finivano di sorprendere Lelo Friuli.»

Il pregiudizio non sparì per decreto. Ma qualcosa si incrinò, come gli stucchi del Tartini. Il momento in cui il vecchio epiteto si rovescia è reso da Demattè con una precisione chirurgica: «il terremoto non era un fatto da vantare, e poi chissà quanti dovevano averne avuto anche loro, laggìù nelle terre ballerine.» Una riflessione privata, quasi involontaria. Non una conversione certo ma un’incrinatura, una scalfitura di antiche certezze.

E poi i tedeschi. Arrivarono anche loro – i mûcs, il soprannome di dileggio che i friulani riservavano alle genti tedesche – portatori di una memoria ancora pesante: la guerra, i rastrellamenti, i soldati italiani abbandonati in Russia. Eppure eccoli lì, a saldare tubi e misurare con una solerzia che lasciava a bocca aperta. «A vederli così, attivi e servizievoli, sembrava impossibile che quei tedeschi corrispondessero alle storie che si sapevano su di loro». Non una riconciliazione ancora ma una sospensione del giudizio. Che è già qualcosa. Il 28 giugno, alla partenza dei genieri, gli scolari di Gemona alzarono un cartellone con una parola sola: «Danke».

Demattè chiude il capitolo con una frase del maestro Saverio Angeli. È il volontario triestino Dario Pitteri a chiedergli se ha trattato troppo duramente il ragazzo per la storia dei mûcs. Angeli risponde:

«Questo maledetto terremoto dovrà almeno servire a cambiare qualcosa un po’ in tutti, no? Qualcosa anche in noi».

Non la redenzione. Non la conversione. L’apertura di una possibilità. Qualcosa anche in noi. È forse la frase più onesta che si potesse scrivere su quei mesi.

C’è un dettaglio che Demattè affida alla grafia. Per tutto il libro il ragazzo è Lelo Friuli, il soprannome che gli altri gli hanno dato, il Friuli come etichetta esterna, come destino non scelto. Il 30 giugno, quando sale sul camion e lascia la tendopoli per andare in Veneto dalle sorelle, diventa Lelo Friûl. L’accento circonflesso sulla û è una scelta precisa: non più il Friuli degli altri, ma il Friuli suo, nella lingua sua. Il ragazzo che porta il Friuli nel nome perché non lo può più portare nei piedi.

Il romanzo si chiude qui. Il diario di Meloni no.

Vittorino Meloni quel giorno scrive sul «Messaggero Veneto» di chi è venuto in Friuli da fuori e non se n’è andato uguale: “aspiranti alla friulanità”, li chiama. Che sì, si può diventare friulani. Ma bisogna averlo attraversato. E Meloni continuò a scrivere — ogni mattina, in prima pagina — per altri tre mesi, fino alle scosse di settembre che rimescolano tutto di nuovo.

Settembre

Poi arrivò settembre.

L’11 settembre 1976, quattro mesi dopo la prima notte, due scosse violentissime colpirono il Friuli. Crollò molto di quanto era stato riattato. I paesi si svuotarono in silenzio non ci fu bisogno di un ordine. Gemona, Venzone, i centri colpiti: vuoti, o quasi. Nella notte più amara si spensero molte luci di Udine. E poi ancora il 15 settembre.

Prima pagina Il Piccolo 16 settembre 1976 raffica di scosse terremoto Friuli
«Il Piccolo», 16 settembre 1976. Quattro mesi dopo.

Meloni scrisse che non era paragonabile alla prima notte in termini fisici. Ma era peggio. Perché la prima scossa aveva colpito chi non sapeva. La seconda colpì chi aveva già resistito quattro mesi, chi aveva riattato le case, chi aveva imparato a vivere sotto le tende, chi aveva cominciato a credere che il peggio fosse passato.

I vecchi dissero che era peggio di Caporetto.

Eppure. La fuga si fermò al mare da Grado a Lignano, da Bibione a Jesolo. E quasi subito, dai centri costieri, cominciò a circolare un’idea. Non un decreto, non un piano: un’idea. Tornare. Rifare. Non abbandonare. Meloni la registra senza stupore, come se se lo aspettasse: «L’idea fondamentale di tutti è di tornare, di rifare, di non abbandonare il Friuli.» E ancora, con quella precisione che non concede nulla alla retorica: «Lo sfinimento e la disperazione sono grandissimi, ma più di tutto c’è sempre, nonostante il male provato su questa terra martoriata, un amore non sostituibile».

Bambini in strada a Trieste notte 15 settembre 1976
Trieste, notte del 15 settembre 1976. Foto da: Vittorino Meloni, Esodo e ritorno.

Restare

Guido Miglia era triestino. Istriano. Aveva già perso una casa — trent’anni prima, nell’esodo da Pola. Il 15 maggio 1976, già nove giorni dopo il terremoto, scrisse su «Il Piccolo» un testo che non era cronaca e non era commento. Era memoria.

«Non ho più la mia casa: ora non sono più nessuno», aveva detto un friulano seduto come un fantasma accanto alle sue macerie. Miglia riconobbe quella frase. La riconobbe perché l’aveva già sentita o forse perché l’aveva già pensata lui stesso, trent’anni prima, risalendo le scale per l’ultima volta.

Scrisse del tavolo grande dove il padre posava il capo dopo cena. Del focolare. Dell’orologio a pendolo che batteva le ore e nessuno lo sentiva più, perché il suo ritmo era entrato dalla nascita nella vita di tutti. Scrisse dei pulcini in primavera, delle uova calde sotto la chioccia, del corpo giallo tiepido ancora bagnato che cercava la luce.

E poi scrisse questo: «quando una comunità lascia la terra e si disperde, non conta più nulla, e porta con sé, fino alla morte, la maledizione dell’esodo, dell’essere senza radici, senza patria».

Un triestino-istriano che scriveva ai friulani attraverso la propria ferita. Il confine tra noi e loro già attraversato, non per decreto, non per solidarietà astratta, ma per riconoscimento. Io so cosa stai vivendo perché l’ho vissuto.

Del “Modello Friuli” tanto si è scritto e si continuerà a scrivere. Noi lo abbiamo ritrovato nelle parole di questo delicato e tenace narratore istriano, che nel maggio del 1976 sul «Piccolo» scrisse di case e di radici, di restare, senza nominarlo quel modello, e lo disse meglio di chiunque altro.

Meloni, dall’altra parte del confine narrativo, registra la stessa scelta: «Il Friuli può rinascere finché ci saranno friulani e non saranno soli». Non è una promessa è una condizione.

59 secondi

Il 20 giugno 1976 si votava. Quarantasei giorni dopo la prima scossa, con le tende ancora in piedi e le macerie ovunque, i friulani andarono alle urne. Meloni descrisse quello che vide: le vecchie friulane vestite di nero, con l’abito migliore tirato fuori dalle macerie — Dio solo sa come, e a prezzo di quali rischi — conservato con cura in quarantasei giorni di tenda, indossato quel giorno per andare a votare. Non una resa. Non una retorica. Un gesto.

Ho trovato tutto questo su una bancarella. Tre librini, tre euro. Li ho letti in queste settimane e dentro ci ho trovato un microcosmo di eventi, di umanità, di voci. Una solidarietà che non era solo generosità: era trasversale, corporea, socialmente impossibile da prevedere. Triestini e friulani che si riconoscevano. Meridionali e furlani, calavresi e mûcs che dormivano sotto lo stesso telo. Un istriano che scriveva ai friulani attraverso la propria memoria dell’esodo. Artisti che mettevano all’asta i quadri. Un maresciallo di Artegna che la mattina del 7 maggio era già sul posto con i vigili del fuoco di Wiener Neustadt: lui friulano emigrato in Austria, tornato con settanta uomini il giorno dopo il disastro, e poi ancora settimane dopo con un carico di tavole per ricostruire le case.

Chissà se oggi sarebbe possibile, con quella intensità, con quella ampiezza. È una domanda che quei tre librini lasciano aperta e che non si può chiudere in fretta.

Quella scoperta — di un popolo, di una regione, di un modo di stare al mondo — è anche il filo che lega il nostro lavoro a questa storia. Stare nei quartieri, raccogliere le voci, restituire le storie ai luoghi che le hanno generate. Riconoscere, come insegna Demattè, che il confine tra noi e gli altri è spesso solo una questione di latitudine e di fortuna.

Cinquant’anni fa il Friuli crollò in 59 secondi e si rialzò in anni di lavoro ostinato. Trieste guardò, sentì, aiutò. C’è ancora molto da raccontare di quei mesi, proveremo a farlo.

Per ora, trattenete il respiro. E contate.

Trieste, 6 maggio 2026



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